Ragazze interrotte. Commento di Giovanna D’Amato (07-10-2013)

Ragazze interrotte, film di James Mangold

 

Commento di Giovanna D’Amato

 

Il film è tratto dal romanzo autobiografico di Susanna Kaysen, “La ragazza interrotta”, una sorta di racconto di formazione per la struttura narrativa e per l’età delle protagoniste, tardoadolescenti al bivio tra la scelta della  difficile costruzione di sé e la fascinazione della morte. Girato nel 1999 negli USA, ebbe l’Oscar e il Globo d’oro per l’attrice non protagonista.

 

  Le ragazze interrotte sono le giovani ospiti della clinica psichiatrica di Claymoore: USA, anni

 

sessanta.

 

Le loro patologie sono quelle che oggi ascriveremmo alla clinica del vuoto, i sintomi della contemporaneità: anoressia, bulimia, depressione, dipendenza, sociopatia .

 

Susanna, la protagonista, è arrivata a Claymoore dopo un tentativo di suicidio: appartiene a una famiglia alto borghese ed è in palese conflitto con le regole sociali di quel mondo. Mentre i suoi compagni sono alle prese con la scelta dell’università, Susanna decide di abbandonare gli studi, una decisione incomprensibile per i  genitori che non capiscono e non tollerano il suo dis-adattamento ai loro modelli di vita.  Durante una festa alla quale la madre la costringe a partecipare malgrado il suo evidente disagio, Susanna ingoia un tubetto di aspirina  con una bottiglia di vodka e finisce in  coma all’ospedale. Qui un medico dai modi cortesi e gelidi, amico dei suoi genitori, la invia a Claymoore, una lussuosa clinica psichiatrica, dove la ragazza arriverà da sola, in taxi.

 

Sin dall’inizio Susanna appare una persona senza punti di riferimento,  persa in un mondo che non la riconosce e dove non si riconosce, spettatrice della sua vita, come di qualcosa che non la riguardi veramente. Forse è questa l’”interruzione” a cui si riferisce il titolo del film. La stessa sofferenza di cui è portatrice sembra non essere da lei percepita, “sofferta”, per dirla con Bion: si muove tra incontri casuali e scambi senza significato, come quelli con i genitori e i loro amici, in un’atmosfera torpida, senza vitalità, in un vuoto di senso.

 

Quando viene spedita in clinica psichiatrica chiede debolmente il perché, in fondo “ ha solo tentato di curare un terribile mal di testa” (con un intero tubetto di aspirine!), ma accetta passivamente le decisioni che altri hanno preso per lei, come se la sua vita non le appartenesse.

 

 L’autista del taxi che l’accompagna a Claymoore e che  le chiede perché debba andare in “quel “ posto sembra quasi dar voce alle  domande inespresse di lei.

 

Susanna infatti non trova subito la risposta, ma dopo un silenzio dice: -Sono triste-

 

-Tutti lo siamo- ribatte l’altro, e, nel lasciarla, aggiunge:

 

-Vedi di non starci troppo comoda-

 

Benchè con uno sconosciuto, questo scambio di battute suggerisce un primo contatto, una sim-patia del tutto assenti nelle scene precedenti. Infatti Susanna, interrogata sul suo malessere, sembra per la prima volta fare uno sforzo riflessivo, per mettere in parole la sua malattia: sono triste.

 

E’ a Claymoore che S. sembra sperimentare la conoscenza e la percezione del dolore, in sé e negli altri. Nel gruppo di giovani pazienti incontra Lisa, definita una “irriducibile sociopatica”, che da otto anni entra ed esce periodicamente da Claymoore.

 

 Lisa è violentemente ribelle ad ogni regola che non sia la sua, è sfrontata, arrogante, affascinante. E’ la leader del gruppo, le altre ragazze la temono e la ammirano, forse sono anche consolate dalla sicurezza che lei millanta un po’ per tutte: quando si fa beffe delle regole e delle infermiere, quando conduce le compagne in una escursione notturna per passaggi segreti che lei conosce, quando osa arrivare nelle stanze dei medici e spiare nelle loro cartelle cliniche. Soprattutto quando sostiene che la follia “è un dono che ti fa vedere la verità”.

 

E’ tra questi due poli, l’invito del tassista e la spietata asserzione di Lisa, che viene ordita la trama del film.

 

Sembra di intuire che “la verità”  di cui parla Lisa sia la terribile verità della condizione umana, il dolore strutturale dell’esistenza, la mancanza originaria e incolmabile, come elementi imprescindibili della vita psichica.

 

 Lisa sembra trovare una eccitazione solo nella trasgressione e nella distruttività: probabilmente sono queste le condizioni che la fanno sentire viva e le permettono di mettere da parte la “verità”. Trasgressione e distruttività sono anche le condizioni in cui può spostare la colpa (forse  dell’esistenza?  “delirio morale” di cui parla Freud a proposito della malinconia), riducendo la terribile spinta persecutoria interna.

 

Anche Susanna è affascinata da Lisa: condivide con lei la ribellione alle regole del posto, il rifiuto della psicoterapia e dei farmaci. Entrambe sono lucide, seducenti e apparentemente forti nella loro realtà di alienate; nel gruppo di pazienti Susanna e Lisa appaiono simili e nello stesso tempo  diverse, due personalità narcisistiche gravemente disfunzionali alla vita di relazione.

 

Infatti mentre in Susanna si può ri-attivare uno spazio per l’altro, per poterlo riconoscere e pensare, Lisa rimane assolutamente impermeabile.

 

E’la differenza tra narcisismo libidico e narcisismo distruttivo (Britton): nel primo è soprattutto l’aspetto della mancanza di buone cure primarie a favorire il costituirsi dell’assetto mentale narcisistico, e questo lascia uno spazio alla possibilità di riprendere un percorso evolutivo; nel secondo invece sembra prevalere su tutto una irriducibile distruttività primaria.

 

 Sappiamo dalla storia di Susanna quanto basta per intuire la mancanza di contenimento e di rispecchiamento da parte delle figure di riferimento.

 

La madre non ha nessuna empatia con la figlia, è solo disturbata dalle sue stranezze e indispettita dalla mancanza di risposte positive alle proprie aspettative sociali. E quando lo psichiatra di Claymoore spiega che Susanna dovrà restare in clinica ancora per molto tempo la sconcertante reazione del padre è:- Non è possibile! Siamo quasi a Natale. Cosa dovremmo dire a i nostri amici?-

 

La follia è una rottura vergognosa del loro ordine, qualcosa da nascondere, non un segnale da comprendere.

 

Nel narcisismo libidico la mancanza di un ambiente di cura sufficientemente adeguato ostacola la introiezione di un oggetto buono e la successiva identificazione con esso, creando i presupposti per la formazione di un Super-Io tirannico e ostile nei confronti dell’Io. Tuttavia non tutti i giochi sono chiusi: rimane la possibilità di una ricostruzione, a partire dalla costruzione di un ambiente di cura.

 

Susanna ha ancora spazio dentro di sé per un desiderio:-Io voglio scrivere- dice, e  -non voglio diventare come  mia madre-.

 

Infatti in clinica riuscirà lentamente a costruire dei legami, a partire dal riconoscimento di sé e della sua sofferenza, un legame con le compagne, con il posto, con  i suoi ricordi, mentre nel suo quaderno continua ad annotare quello che accade intorno e dentro di lei. C’è una infermiera, inflessibile ma comprensiva, che sorveglia il percorso di Susanna ed è convinta che possa farcela, senza mai indulgere con lei al compatimento o alla complicità con le sue parti malate, e la incoraggia a scrivere.

 

 La fuga rovinosa in cui si farà trascinare da Lisa segnerà per lei lo spartiacque definitivo.

 

Dopo un ennesimo scontro con le regole dell’istituzione le due ragazze lasciano di nascosto la clinica e si rifugiano a casa di Daisy, una compagna bulimica dimessa da poco, che vive sola in un appartamento che il padre ha preparato per lei. Qui Susanna assiste sbigottita alla demolizione feroce e gratuita che Lisa compie di tutte le fragili difese di Daisy, costringendola a riconoscere le dipendenze che lei cerca disperatamente di negare, dal sintomo alimentare alla incestuosità del rapporto col padre. Quando Daisy, messa con le spalle al muro dalle implacabile verità di Lisa, si suicida, Lisa alza le spalle, e ha un solo lapidario commento:- Che scema!- poi si impadronisce dei soldi che la morta ha lasciato nella tasca della vestaglia, e riprende la sua fuga,  mentre Susanna, sconvolta, si rifiuta di seguirla.

 

Torna invece a Claymoore, dove comincerà a fare i conti col dolore  suo e dell’altro e il senso di colpa che avvia finalmente il processo depressivo, attraverso un percorso di terapia che l’aiuterà a trovare la sua identità di donna e di scrittrice. Riuscirà a mettere in parole il suo disagio:  - .. so che cosa significa voler morire, e che sorridere fa male, e che ci provi a inserirti ma non ci riesci, e che fai del male al tuo corpo per tentare di uccidere la cosa che hai dentro…-

 

Non è così per Lisa, che rientrerà in clinica poco prima della dimissione di Susanna, (“borderline recuperata” la diagnosi di dimissione), e subito  la vedremo di nuovo all’opera per tentare distruggere l’equilibrio conquistato da Susanna.

 

Il regista non ci dice nulla della storia di Lisa, non sappiamo con quali gravi carenze abbia dovuto fare i conti, possiamo immaginarle, ma possiamo anche pensare che nell’assetto mentale di Lisa prevalga sulle circostanze esterne la componente distruttiva di una invidia primaria che non le consente di attivare energie vitali. Viene da pensare al corpo spento di cui parla Recalcati, il corpo in cui non esiste l’energia vitale del desiderio, dove manca la spinta a investire il mondo, la curiosità, il desiderio di amare, l’erotizzazione della vita.

 

E’ Susanna a descrivere il quadro di Lisa, quando finalmente riesce a svincolarsi dall’assoggettamento alla implacabile legge del suo narcisismo:

 

-..Tu  sei già morta, Lisa, e da tanto… Il tuo cuore è gelido, ecco perché continui a tornare qui…tu non sei libera, hai bisogno di questo posto per sentirti viva .. -

 

L’ invidia di Lisa si scatena di fronte alle conquiste di altri: la pseudo libertà di Daisy, la raggiunta consistenza di Susanna, sono i momenti in cui si scatena una rabbia feroce, volta all’annientamento dell’altro. Istinto di morte, o invidia primaria,  è sempre la stessa forza che, massicciamente presente e preponderante nel narcisismo distruttivo,  si oppone alla spinta evolutiva della vita, che passa per il riconoscimento della realtà col suo limite doloroso e imprescindibile.

 

Susanna diventa capace di accettare la sofferenza e non vuole più morire. – ..Quando ti rifiuti di soffrire la morte ti sembra una specie di sogno… -

 

-Forse quando si cresce si rimane senza pelle- dice ancora Susanna, e sembra parli della feroce necessità della separazione, che ora è disposta a soffrire, e quindi a scegliere di vivere.

 

Nello scrivere questo commento, mi accorgo di non avere riportato frasi di Lisa, al di fuori della sua affermazione che “la follia è un dono che ti fa conoscere la verità”. Non è un caso che Lisa non abbia parole al di fuori di quelle supponenti e megalomaniche volte a mistificare la realtà: tra lei e gli altri non c’è possibilità di comunicazione suffragata da buoni meccanismi identificativi e proiettivi, non ci sono simboli,  solo agiti violenti e prevaricatori, inidonei a costruire legami.

 

La scrittrice neozelandese Janet Frame, dopo un lungo periodo di ospedale psichiatrico, scopre la “città degli specchi” come il suo rifugio personale: luogo dell’immaginazione e della creatività, ma soprattutto luogo di incontro con il mondo interno. Nella sua autobiografia racconta come sia stata la scrittura a salvarla da un clamoroso dis-adattamento che minacciava di deflagrare in psicosi. Anche per Susanna,  il desiderio di diventare una scrittrice, che significa mettere in parole, dare senso e comunicarlo all’altro, è l’elemento  propulsivo che la porta fuori dal territorio mortifero del godimento narcisistico, e l’aiuta ad attivare le risorse necessarie a realizzare la sua vita.

07/10/2013

Centri Clinici AIPPI

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